Sono passati due mesi da quando ho iniziato, scrivendo su un foglio «mia madre è morta lunedì 7 aprile». È una frase che ormai posso sopportare, e persino leggere senza provare un’emozione diversa da quella che mi susciterebbe se fosse stata scritta da qualcun altro. Ma non sopporto di tornare nel quartiere dell’ospedale e della casa di riposo, né di ricordarmi all’improvviso dettagli, che avevo dimenticato, dell’ultimo giorno in cui era viva. All’inizio ho creduto che avrei scritto in fretta. In realtà passo molto tempo a interrogarmi sull’ordine ideale, l’unico capace di restituire una verità su mia madre – ma non so in cosa consista –, e nel momento in cui scrivo non conta nient’altro per me che la scoperta di quell’ordine.
Così scrive Annie Ernaux in Una Donna, romanzo breve che parla della scomparsa della madre, ma come si può subito notare da questa citazione, Ernaux non si limita a parlare solo della perdita, ma in una certa misura parla anche della scrittura. Ma di che tipo di scrittura? Cosa diventa la scrittura nel momento in cui avviene il passaggio dalla biografia alla finzione?
Moltissimi scrittori negli ultimi anni stanno utilizzando come strumento narrativo la biografia, offrendo come punto di partenza il vissuto che hanno provato ed elaborato. Ma in questo Annie Ernaux mostra un passaggio successivo, qualcosa che dichiara essere esclusivamente femminile, una scrittura capace di mettere al mondo, una forma di gestazione letteraria che rivendica in quanto donna che scrive. Ed è una dichiarazione doppiamente interessante nel momento in cui mette al mondo la propria madre.
Si desea conocer más consulte en:
